Quando DARIO FO ha vinto il premio Nobel, la tv - nottetempo - ha trasmesso il monologo scritto e recitato da Franca Rame per elaborare lo stupro - la punizione esemplare riservata al genere femminile -da lei subìto venticinque anni fa. In quante abbiamo abbassato gli occhi per non vedere, portato le mani alle orecchie per non sentire? Io l'ho fatto, mescolando mancanza di coraggio e tecnica di sopravvivenza. Che quella violenza sessuale, resa più stereotipatamente maschia dalle sigarette spente sui seni, dai tagli sulla pelle con le lamette, dall'ingiunzione a turno "muoviti, puttana, fammi godere", fosse opera di un gruppo di neofascisti (allora non si usava la parola branco) l'abbiamo sempre saputo. Come abbiamo sempre saputo che lo stupro di Franca Rame fu una pianificata offesa al suo essere donna e di sinistra. Conoscere nomi e nomignoli di quei sanbabilini, ora che il delitto è caduto in prescrizione, cambia poco: Biago Pitarresi, Angelo Angeli (noto per la passione per i dolci - lo chiamavano "il golosone" -, per le armi e gli esplosivi), "un certo Patrizio", "un certo Muller". Tutta bella gente.
La sentenza di rinvio a giudizio sull'eversione nera, depositata del giudice Guido Salvini, aggiunge un particolare in più. Dice che la violenza a Franca Rame, se non ordinata, fu "ispirata", "suggerita" da ufficiali dei carabinieri della divisione Pastrengo che mantenevano stretti e assidui legami con i neofascisti. Lo sostiene uno dei violentatori, Pitarresi, che conferma quel che nell'87 aveva affermato Angelo Izzo (uno degli assassini del Circeo). Dunque, quello di Franca è stato uno stupro di stato.
Dovremmo avere la pelle dura e non meravigliarci. In fin dei conti, sappiamo da decenni che in questo paese ci sono state delle stragi di stato, sappiamo che un ferroviere anarchico è entrato innocente in questura per uscirne innocente dalla finestra. E invece ci meravigliamo - un modo soft per dire che siamo inorridite e, suppongo, anche inorriditi -perché l'aggiunta alle bombe, ai depistaggi alle menzogne di uno stupro ispirato in una caserma della "benemerita" dà alla storia di questo paese una pennellata sudamericana. Con gli uomini in divisa in perfetta sintonia culturale, oltre che operativa, con i maschi delle Squadre d'azione Mussolini.
E' troppo, anche per la nostra immaginazione. Abbiamo sempre pensato male, molto male, di una parte non piccola di questo Stato. Ci hanno trattato da paranoici e qualche volta ci siamo autocolpevolizzati per i nostri cattivi pensieri. Ora che siamo in età di bilanci possiamo dire che abbiamo peccato per difetto, non per eccesso. Lunga vita ai carabinieri (il manifesto>11 Febbraio 1998).
"I carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame"
E il giudice accusa cinque neofascisti
di GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - Furono alcuni ufficiali dei carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame. L'aveva detto dieci anni fa l'ex neofascista Angelo Izzo, l'ha confermato al giudice istruttore Guido Salvini un esponente di spicco della destra milanese, Biagio Pitarresi. Il suo racconto occupa due delle 450 pagine della sentenza di rinvio a giudizio sull'eversione nera degli Anni 70.
La sentenza è stata depositata pochi giorni fa, il 3 di questo mese. Lo stupro avvenne il 9 marzo del 1973, venticinque anni orsono. Un tempo che fa scattare la prescrizione e che garantisce l'impunità alle persone chiamate in causa.
Pitarresi ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, "un certo Muller" e "un certo Patrizio". Neofascisti coinvolti in traffici d'armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s'incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo.
Ha detto Pitarresi: "L'azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell'Arma". Commenta il giudice Guido Salvini nella sua sentenza di rinvio a giudizio: "Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire... il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d'armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura".
Quando, nel 1987, Angelo Izzo parlò per la prima volta di un coinvolgimento dei carabinieri nell'aggressione a Franca Rame, molti non ci credettero: la storia sembrava assurda, e Izzo era considerato, in generale, un personaggio poco attendibile, uno psicopatico sadico: era in carcere per lo stupro-omicidio del Circeo, una delle vicende più atroci della cronaca nera degli Anni 70.
Poi i sospetti si erano rafforzati, ma senza determinare l'avvio di una apposita indagine, durante l'inchiesta sulla strage di Bologna quando era stato trovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti. Raccontava di un violento alterco tra due generali: Giovanni Battista Palumbo (un iscritto alla loggia P2 che poi sarebbe andato a comandare proprio la "Pastrengo") e Vito Miceli (futuro capo del servizio segreto). Il primo, si leggeva nella nota di Maletti, durante la lite aveva rinfacciato al secondo "l'azione contro Franca Rame".
Era stata una delle più spregevoli, tra le tante ignobili, commesse dai neofascisti negli Anni 70. La sera del 9 marzo del 1973, nella via Nirone, a Milano, Franca Rame era stata affiancata da un furgone. C'erano cinque uomini che l'avevano obbligata a salire. La violentarono a turno. Gridavano: "Muoviti puttana, devi farmi godere". Le spegnevano sigarette sui seni, le tagliavano la pelle con delle lamette. Una sequenza allucinante, che la Rame avrebbe inserito in un suo spettacolo, "Tutta casa, letto e chiesa".
Fu subito chiaro che la violenza contro la compagna di Dario Fo veniva dagli ambienti neofascisti. E infatti, come in quasi tutti i crimini compiuti in quegli anni dai neofascisti, i responsabili non furono scoperti" (la Repubblica 10 febbraio 1998)
E il generale gioì per lo stupro
"Avete violentato Franca Rame? Era ora..."
di LUCA FAZZO
MILANO - "La notizia dello stupro della Rame in caserma fu accolta con euforia, il comandante era festante come se avesse fatto una bella operazione di servizio. Anzi, di più...". Sono passati venticinque anni, ma l' uomo è di quelli che hanno la memoria buona. Nicolò Bozzo oggi è un generale dei carabinieri che si gode la pensione nella sua Genova, dopo una carriera ad altissimo livello: soprattutto nella fase più lunga e più dura, quella al fianco di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo. Ma quel 9 marzo 1973 il giovane Bozzo era un capitano in servizio a Milano, all'Ufficio Operazioni del comando della Divisione Pastrengo, il reparto più importante dell'Arma nell'Italia del nord-ovest. Quel giorno l'attrice Franca Rame - moglie di Dario Fo, una delle voci più in vista della "nuova sinistra" - venne sequestrata e stuprata da un gruppo di neofascisti. Dai verbali dell'inchiesta su quegli anni condotta dal giudice Salvini, ora si scopre che la banda degli stupratori aveva agito - secondo un testimone - su indicazioni di "alcuni carabinieri della divisione Pastrengo". Ma i ricordi di Bozzo rendono quel che sta venendo a galla ancora più sconvolgente.
Generale, lei quel giorno era lì, al comando della Pastrengo. Cosa ricorda?
"Io lavoravo all'ufficio operazioni, al piano inferiore. Ma quando il mio superiore era in licenza salivo di sopra, dove c'erano lo stato maggiore e il comando di divisione. Quello era uno di quei giorni. Arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame. Per me fu un colpo, lo vissi come una sconfitta della giustizia. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo esattamente opposto. Era tutto contento. "Era ora", diceva".
Può fare il nome di quell'ufficiale?
"Certo. Era il più alto in grado: il comandante della "Pastrengo", il generale Giovanni Battista Palumbo".
Lei racconta un fatto di una gravità eccezionale. Perché lo fa ora, dopo venticinque anni?
"Perché allora io vissi quella reazione di Palumbo solo come una manifestazione di cattivo gusto. Credevo che il generale fosse piacevolmente sorpreso della notizia, nulla di più. D'altronde Palumbo era un personaggio particolare, era stato nella Repubblica Sociale, poi era passato con i partigiani appena prima della Liberazione. Non faceva mistero delle sue idee di destra. E alla "Pastrengo", sotto il suo comando, circolavano personaggi dell'estrema destra, erano di casa quelli della "maggioranza silenziosa" come l'avvocato Degli Occhi".
Poi il nome di Palumbo saltò fuori negli elenchi della P2.
"Lui, e altri due ufficiali importanti dell'Arma a Milano. E io il 24 aprile 1981 mi presentai dai giudici Colombo e Turone per raccontare cosa avevo capito dei disegni di quella gente. Una testimonianza che ho pagato con procedimenti disciplinari, trasferimenti, ritardi nella carriera. Ma del fatto di Franca Rame ai giudici non parlai, perché mai avrei pensato che fosse qualcosa di più di una manifestazione di gioia, del tutto in linea con il modo di pensare del mio comandante. Ma ieri ho letto quello che ha scoperto il giudice Salvini, ed è stato un po' come se tutto andasse a posto".
È possibile che a Milano l' Arma fosse comandata da gente simile, e a Roma i vertici non sapessero nulla?
"Il comandante generale era il generale Mino. Basta leggere la relazione di maggioranza della commissione d'inchiesta sulla P2 per capire perché non si accorgesse di nulla. Lui non era negli elenchi, ma la commissione lo dava come organico". (la repubblica 11 febbraio 1998).