11 ottobre 1960: mafia e DC, quella prima puntata di tribuna politica
In tv va l'allora segretario DC Aldo Moro. Attacca Augusto Mastrangeli di Paese Sera: "Come mai Genco Russo, generalmente e pubblicamente indicato come attuale capo della mafia siciliana, figura nella lista di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, come candidato DC nelle prossime elezioni amministrative?"
"Noi -risponde Moro- non abbiamo, come direzione, la competenza di esaminare le liste comunali degli ottomila paesi d'Italia". Poi su Genco Russo aggiunse: "Nessuno ritiene per quello che noi abbiamo saputo, di tenere ferma e assicurare vera questa qualifica che gli viene attribuita di esponente della mafia siciliana". Russo, "re della mafia", succesore di don Calogero Vizzini, nel '64 venne condannato dal tribunale di Caltanissetta a 5 anni di confino (CdS 7-10-95)
Settembre 1974: dopo una visita negli Stati Uniti Moro annunciava per un momento che si retirava dalla politica attiva dopo un'avvertimento, ricevuto da Kissinger: "Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. O lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara".
Intervento americano il 4 gennaio 1978:
i comunisti italiani chiedono di entrare nel governo Andreotti che già sostengono col famoso "patto programmatico". I pronostici elettorali danno vincente Mitterand e una probabile partecipazione dei comunisti francesi al governo. Carter è in volo, per un viaggio intercontinentale. Viene informato delle vicende italiane, sbarca a Parigi allarmato per le prospettive francesi, richiama d'urgenza per consultazioni l'ambasciatore americano a Roma Gardner, prepara un "crisis meeting" che si svolge l'11 e 12 gennaio a Washington, stende un comunicato del Dipartimento di Stato nel quale teorizza il "dovere" di esprimere il punto di vista americano sull'evoluzione della politica europea. Quel testo, diventato storico, dice testualmente: "La nostra posizione è chiara. Noi non siamo favorevoli alla partecipazione dei comunisti ai governi dell'Europea occidentale, e vorremmo vedere diminuita la loro influenza. Infatti il presidente Carter pensa che quando la democrazia si trova di fronte a difficili sfide i suoi leader debbano dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra forze non democratiche". Conseguenze del comunicato: la partecipazione dei comunisti al governo Andreotti tramonta, Moro si muove, la DC dà una risposta negativa, la legislatura si interromperà. Carter giustifica la sua decisione con la famosa frase: "Nessuna ingerenza, nessuna indifferenza".
L'ultimo discorso di Moro in parlamento (prima del sequestro) era quello in difesa di Gui, senatore della DC, accusato di essere stato "partecipe e beneficiario", da ministro della Difesa, di un caso di corruzione. Moro: "A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l'appello all'opinione pubblica che non ha riconoscuito in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita....vi diciamo fermamente di non sottovalutare la grande forza dell'opinione pubblica che, da più di tre decenni, trova nella DC la sua espresssione e la sua difesa. Credo che essa non intenda rinunciare a questo modo di presenza così come noi non pensiamo di rinunciare a questa forza, ai diritti che ne conseguono ed ai compiti che ci sono affidati. Si tratta di cose estremamente serie, ed è doveroso in questo momento riaffermare le ragioni della libertà e la necessaria integrità del paese nella sua sostanza sociale e politica".
Durante il sequestro di Moro le forze dell'ordine hanno fatto migliaia e migliaia perquisizioni in case di extraparlamentari senza mandato del giudice (sempre "cercando delle armi non registrate"). Si trovavano dei "materiali interessanti" come volantini e vecchi opuscoli, agende di anni precedenti, macchine da scrivere, giornali, ecc. Tutto e tutti, hanno scritto i giornali, riguardavano il sequestro di Moro.... Qualche giurista protestava contro un'applicazione selvaggia del fermo di polizia e contro le violazioni dei diritti dell'individuo.
I rastrellamenti durante il sequestro Moro. Anche l'Unità li criticava. Lotta Continua scriveva: "lo stadio non è ancora pronto. A questura ogni 15 minuti ne esce uno, un `fiancheggiatore'. Sandra Olivares è fermata questa mattina con il marito che ha dovuto tenere con sé in cella di sicurezza la figlia di 3 anni".
I giorni dopo il sequestro Moro è descritto come il "grande statista". Leonardo Sciascia: "Né Moro né il partito da lui presieduto avevano mai avuto il "senso dello Stato" [...] il richiamo e la congenialità per cui almeno un terzo dell'elettorato italiano si riconosceva e si riconosce nel partito della Democrazia Cristiana appunto risiedono nell'assenza, in questo partito, di un'idea dello Stato: assenza rassicurante, e si potrebbe anche dire energetica" ("L'affaire Moro", 1978).
Perchè?
Gli osservatori e gli ex-protagonisti s'accordano su una cosa: aveva l'obiettivo di sabotare la cooperazione tra DC e PCI. E le BR hanno voluto mostrare la sua forza militare. Facevano il conto con trenta anni di regime DC. Per Enrico Fenzi le Br non avevano un'idea chiara sulla scelta dell'`obietto Moro'. Per Alberto Franceschini invece le BR hanno veramente creduto d'avere la forza per creare le circostanze favorevoli ad una svolta rivoluzionaria. E hanno fallito. Questa significava il fallimento delle BR.
"L'effetto Moro" favoriva soprattutto la causa della DC, benché ci fosse stata una rottura fra Moro e DC durante il sequestro. Le lettere che Moro aveva spedito dalla sua "prigione del popolo" erano di un "drogato" o di un "povero isolato" (per la DC). Dopo la sua morte Moro è stato dichiarato "il grande statista", "martire della democrazia", ecc. Forse quella democrazia si è sentita colpevole della morte di Moro.
Le lettere di Moro
Da una delle prime lettere (a Cossiga): "Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità [...] è inammisibile".
Da una lettera seguente: "Vi è forse, nel tener duro contro di me, una indicazione americana e tedesca?".
Leonardo Sciascia: "E se Moro formalmente, retoricamente, se lo domanda, non vuol dire che sostanzialmente ne è certo? E dunque la loro azione -nell'aver catturato Moro, nel tenerlo prigioniero- corrisponde anche a un disegno americano e tedesco, vi concorre involontariamente, casualmente lo agevola o addirittura ne è parte?" ("L'affaire Moro").
Da una lettera a Zaccagnini: "Ma è soprattutto alla DC che si rivolge il Paese per le sue responsabilità, per il modo come ha saputo contemperare sempre sapientemente ragioni di Stato e ragioni umane e morali. Se fallisse ora, sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine [...] se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su voi, sul partito, sul Paese".
Come risposta la DC tiene a riaffermare "la propria indefettibile fedeltà allo Stato democratico, alle sue istituzioni e alle sue leggi in operante solidarietà con i partiti costituzionali".
Il 24 aprile 1978 Moro scrive: "[...] non crada la DC di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro". Moro è ormai certo che nulla sarà fatto per salvarlo.
Il 25 aprile: giorno della Resistenza al fascismo. Leonardo Sciascia: "[...] le Brigate Rosse credono di esserne i figli, di continuarla o di ripeterla. Nessuno ha spiegato loro che non si trattava di una rivoluzione lasciata a messo e con la riserva di riaccenderla a più conveniente momento, ma di un ritorno invece: di un ritorno all"Italia prefascista e col paradosso della continuità giuridica con l'Italia fascista".
Il governo Andreotti risponde a Moro e alla sua famiglia (il 29 aprile): "Si osserva tuttavia fin d'ora che è nota la linea del governo di non ipotizzare la benché minima deroga alle leggi dello Stato e di non dimenticare il dovere morale del rispetto del dolore delle famiglie che piangono le tragiche conseguenze dell'operato criminoso degli eversori".
[il W.W.: ovviamente il governo Andreotti parla del dolore delle famiglie dei 5 poliziotti, uccisi a Via Fani, non delle famiglie delle vittime dei stragi di stato]
Le lettere mettavano in imbarazzo la stampa e facevano arrossire qualche autorità e qualche politico...Il fronte della fermezza chiedeva un `black out' di notizie non gradite.
La prima reazione di Scalfari (la Rep. 22-3-'78):
"Ci s'invita alla cautela, all'accertamento scrupoloso delle fonti, alla verifica dell'autenticità dei documenti? Cioè ci s'invita ad applicare i canoni della nostra professionalità? Giusto ma ovvio. O ci s'invita invece a non pubblicare notizie sgradite, inquietanti, che possono dividere gli animi e accrescere lo smarrimneto? Ma quali potrebbero mai essere le notizie che possono dividere gli animi? Non quelle dei metodi efferati che i terroristi impiegano. Non le eventuali `confessioni' che Moro potrebbe fare nel corso dell'infame processo ...Il timore è che, dietro il pretesto dell'eccezionalità, s'invochi e si pretenda un unanimismo che valga non solo per il presente ma soprattutto per il futuro e per il passato".
Poco dopo la Repubblica cambiava di linea e si univa al coro.
A. Silj scrive nel suo ottimo libro "Brigate Rosse-Stato. Lo scontro spettacolo nella regia della stampa quotidiana" (Vallecchi ed. 1978): "La stampa infatti non si è preoccupata di informare, se non accessoriamente; si è fatta soprattutto portavoce del punto di vista degli inquirenti e di questa o quella forza politica [...] Nella vicenda Moro la stampa non ha presentato semplicemente dei fatti: prima ancora di descriverli, ha detto che non erano importanti o che non erano attendibili....".
Però tiravano i giornali: il 17 marzo le vendite del Corriere della Sera sono aumentate del 38%, rispetto a quelle medie e il 10 maggio di ben il 56%. Grazie a; caso Moro la repubblica avrebbe superato le centomila copie normali.
Qual è stato il risultato delle grandi campagne dei giornali? L'osservatore A. Silj nota: "L'effetto di immunizzazione (dell'opinione pubblica) i media lo hanno sviluppato proprio con l'eccessiva enfasi, l'emotività dei titoli e dei servizi, associata alla quasi generale mancanza di analisi e di tematizzazione dell'evento, che hanno portato ad atteggiamenti di scetticismo e di diffidenze da parte del pubblico, atteggiamenti del resto tipici del carattere di un cleavage tra società e Stato dai tempi almeno dell'unificazione nazionale".
Dopo il sequestro Moro ci si chiedeva che senso aveva la lotta fra BR e stato...Per molti italiani quella lotta non faceva parte della loro vita quotidiana.
Silj sul comportamento di Moro: "In un paese di compromessi e accomodamenti, di mafia, di corruzione, di violazioni costanti alla lettera e allo spirito della carta costituzionale. è giusto che un Moro non voglia morire [...] le lettere di Moro sono espressione dell'Italia reale, mentre l'italia che politica e stampa hanno descritto e celebrato durante i 55 giorni del sequestro non esiste. In questo senso moro è stato al tempo stesso onesto e realista".
Dal "memoriale" di Moro, trovato dal generale Dalla Chiesa a Milano:
"[sulla linea della fermezza] Per i comunisti il rigore, il rifiuto della flessibilità ed umanità, è un certificato di ineccepibile condotta. Per la DC è il contrassegno di un buon affare". Moro attacca i leader della DC: "I pochi seri e onesti che ci sono [nella DC] non serviranno a molto, finché ci sarete voi". Alle fine Moro attacca "l'austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello stato e di assoluta indifferenza per i valori umanitari [..] l'onorevole Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini [...] Le auguro buon lavoro, onorevole Andreotti [...] E molti auguri anche all'onorevole Berlinguer che avrà un partner versatile in ogni politica e di grande valore".
Nicola Tranfaglia: Moro rispose a un questionario in sedici punti che riguardavano tutta la storia politica repubblicana[...]la prima domanda verteva sulla nascita del centro-sinistra e il tentativo golpista di De Lorenzo, la seconda sulla strage di piazza Fontana e il ruolo della DC nella strategia della tensione, la terza sulla riforma dei servizi segreti del 1977, la quarta sui contributi economici che hanno sostenuto la DC e mi fermo qui perché mi pare bastino questi esempi a dare un'idea dell'interesse di quell'interrogatorio. Moro, a giudicare dal memoriale così come si può leggere oggi, rispondeva con grande precisione a tutte le domande, senza dire tutto quello che forse sapeva sui misteri della repubblica ma rivelando una serie di fatti che a quell'epoca non si conoscevano ufficialmente (anche se c'erano molti sospetti) e che in qualche caso sarebbero stati rivelati e provati anni dopo da successive inchieste giudiziarie o parlamentari[...]Moro critica duramente la decisione dell'on. Andreotti di incontrare ufficialmente negli Stati Uniti Sindona, già indiziato di rapporti con la mafia e la massoneria, e ricorda che anche l'ambasciatore Ortona, interpellato da lui su quella visita e su quell'incontro "non mancò di tratteggiare le caratteristische della persona, le reazioni di ambiente ecc"[...]in tutto il memoriale molti altri sono gli episodi e i personaggi che compaiono, con duri giudizi, nelle risposte che moro dà ai suoi carcerieri e che illuminano con notevole anticipo sui misteri italiani[...]resta il fatto mai spiegato che i brigatisti da una parte mostravano notevole perizia politica con quel questionario [..] non diffusero né allora né dopo quasi nulla di quel memoriale [...] e in ogni caso non i brani più clamorosi e importanti (La profezia di Moro/rep. 19-10-93)
Lo stato voleva `rieducare' Moro
Cossiga:"Pericoloso lasciarlo subito libero se usciva vivo"
(in un'intervista a una tv tedesca)
Cossiga: Moro doveva essere "rieducato" probabilmente in un centro del policlinico Gemelli, "calmato" per tornare alla piena libertà solo quando non sarebbe stato più "pericoloso per lo Stato e la DC. L'intervistatrice tedesca ricorda poi la lettera in cui Moro scrisse che Cossiga sembrava "ipnotizzato"e che aveva le mani legate dall'esterno. E che Andreotti commentò allora che per il fatto di essere state scritte in quella condizione di prigionia, le lettere di Moro non avevano alcuna validità morale. Commenta Cossiga:"Fui io a scrivere le frase per Andreotti, secondo cui le lettere di Moro non erano morali né autentiche. Oggi non lo direi più" (rep. 30-11-93)
La cura per Moro
...è probabile che sia stato il professore franco Ferracuti, iscritto P2, docente di medicina criminologica e psichiatrica dell'università di Roma, a parlarne F. infatti è l'autore di una relazione intitolata "Pro-memoria sugli aspetti medico-psicologici". [...]Il documento descriva all'inizio l'esame fatto sulle lettere del "sequestrato", come Moro fosse progressivamente arrivato ad identificarsi con "l;aggressore". "L'insieme delle cosiderazioni riportate fanno ritenere altamente probabile che in questo momento le capacità di critica e di autodeterminazione della vittima siano almeno largamente compromesse"[...]sulla cura dopo il sequestro: dopo i primi contatti "indispensabili"con i familliari stretti e con le autorità giudiziarie (da contenere nel tempo massimo di una, due ore) visita medica e primi esami di laboratorio. "Ciò fatto egli va isolato e protetto rigidamente, assieme ad uno psichiatra-psicologo di sua fiducia". Compito del terapista: creare una "abreazione":Moro avrebbe dovuto parlare "liberamente della sua esperienza...mettendo in luce sentimenti e stati d'animoi verso persone e istituzioni. Ove tale"abreazione non avesse luogo essa potrà esser provocata farmalogicamente". Il racconto di Moro al terapista sarebbe "registrato", e la registrazione distrutta alle fine del trattamento (rep. 1-12-93)
Sofri: lo Stato non ha fatto un mea culpa per le stragi
In una lettera all'Espresso
Il settimanale l'Espresso, in edicola oggi, pubblica una lettera con la quale Adriano Sofri risponde ad un messaggio che Antonio Tabucchi gli aveva inviato tramite Micromega. Sofri scrive, tra l'altro, che "se una seconda Repubblica non è venuta" si deve al fatto che lo Stato non ha chiesto perdono "per le bombe del 25 aprile '69, per la fabbricazione della pista anarchica, per la strage del 12 dicembre e per la defenestrazione di Pino Pinelli".
"La tragedia di cui Moro fu poi vittima - sostiene Sofri - avrebbe dovuto essere l'occasione estrema per il mea culpa di una classe politica intontita, un po' orfana, un po' parricida, che non vi accennò neanche". "Non c'è nessuno in galera per quelle faccende - prosegue Sofri - Ci sono io, innocente. In cambio io, e altri come me, prima che a qualcuno venisse in mente di farmi passare per mandante di omicidio, avevo a mio modo chiesto perdono: pensato e parlato dei nostri sbagli e delle nostre responsabilità, e cambiato vita. Di alcune cose passate ero contento, di altre pentito".
La violazione della legge da parte di chi è investito di un'autorità pubblica, continua l'ex esponente di Lc, "è incomparabilmente più grave di quella commessa dai privati. E' qui lo scandalo di finte discussioni come quella sull'indulto. I delitti commessi per fanatismo politico non sono perciò giustificati. Ma - aggiunge Sofri - quelli commessi in nome della Legge, e dalle stanze dello Stato, sono ben più gravi" (ottobre 1997).
Fu Labruna a indicare il covo di via Gradoli
Caso Moro, la verità dell'ex capitano del Sid
Fu Antonio Labruna, ex capitano del Sid, tessera della P2 numero 1613, a passare l'informazione sull'esistenza di un covo delle Brigate Rosse in via Gradoli 96 a Roma, nei giorni immediatamente successivi al sequestro di Aldo Moro. Aveva ricevuto la soffiata da un'italiano trasferitosi in Germania, contattato dal Sid per diventare un agente dei servizi segreti. "È una base con un centro di trasmissione radio", era la notizia. Labruna non volle comparire in prima persona e trasmise l'informazione a un funzionario dell'antiterrorismo. Più tardi qualcuno disse a Labruna di dimenticare "via Gradoli". Questi fatti sono stati raccontati qualche mese fa dall'ex capitano del Sid al pm romano Piero De Crescenzo che, al lavoro su uno "stralcio" dell'indagine sul Golpe Borghese, ha avviato l'inchiesta numero sei sul caso Moro. Il verbale di Labruna è secretato.
Il magistrato ha interrogato anche due ex sottosegretari sulla circostanza rivelata dall'ex ufficiale del Sid e persino l'anonimo informatore. Soltanto in ultimo, venerdì scorso, ha convocato a palazzo giustizia i tre ex brigatisti Mario Moretti, Valerio Morucci e Adriana Faranda. La Procura romana indaga, per l'ennesima volta, sul ruolo dei "servizi" nei giorni del sequestro Moro, sulle verità di Labruna.
È noto che il 18 marzo '78, due giorni dopo la strage di via Fani, gli agenti del commissariato Flaminio nuovo di Roma, guidati dal brigadiere Domenico Merola, perquisirono lo stabile di via Gradoli '96. Gli inquilini dell'interno 9 dissero che dall'appartamento accanto, interno 11, si sentivano strani rumori, come segnali Morse. I poliziotti bussarono, non rispose nessuno, andarono via. Un mese dopo fu scoperto il covo. Negli anni successivi si è ipotizzato che il palazzo di via Gradoli fosse di una società di copertura del Sisde (la Rep. 9 novembre 1997)
La tragedia di via Montalcini raccontata in tv dai brigatisti
Per la prima volta tutti e quattro i carcerieri di Aldo Moro hanno raccontato in tv, da Sergio Zavoli, i 55 giorni del sequestro
...racconto di tutti e quattro i brigatisti alloggiati nella "prigione del popolo" - Mario Moretti, Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti, Germano Maccari - e da quello di Bruno Seghetti, che fu in via Fani il 16 marzo, l'unico fra i presenti che non aveva mai parlato prima, né in un'aula di tribunale né di fronte a una telecamera.
[..] Il vero cuore del racconto è stata la prigionia di Moro, le lunghe settimane di via Montalcini. E qui, almeno per chi li abbia ascoltato senza pregiudizi, i brigatisti hanno spiegato davvero tutto di quella vicenda che in tanti pretendono avvolta dal mistero. "Una tragedia in un paese abituato al melodramma", ha detto Moretti. E' tutta qui la chiave del caso Moro, dei suoi misteri, della sua resistenza a farsi rinchiudere nell'archivio delle cose passate. I brigatisti sapevano che uccidere il prigioniero sarebbe stata una secca sconfitta politica. Per gli inquilini di via Fani, poi, il simbolo dell'oppressione democristiana si era trasformato nel corso dei 55 giorni in una persona vera, addirittura in un alleato contro i bastioni stolidi della fermezza. Quanto gli sia costata quella, scelta, terribile sul piano politico, ancora più su quello etico, lo portano scritto in faccia. Ben visibile anche negli studi bui di Raiuno.
Aldo Moro è morto perché gli attori in campo hanno portato le cose alle estreme conseguenze in un paese dove questo non accade mai. Vittima forse di due "ragioni di stato" se non uguali, simmetriche. "Liberarlo senza ottenere nulla in cambio avrebbe significato ammettere che la nostra strategia era votata al fallimento", ha detto Moretti. Sarebbe stata l'occasione adatta per chiedere, a lui come agli strateghi dell'altra sponda, se non vedono oggi una specularità tra le due rigidità che, sommate, determinarono quella conclusione che nessuno si augurava. Non le Br, non Enrico Berlinguer, non Giulio Andreotti o Francesco Cossiga. Ma per porre una simile questione bisognerebbe che i fari accesi da vent'anni sulle Br si spostassero sul palazzo, portassero alla luce lo scontro durissimo che percorse allora il mondo politico. Che una pagina così importante della storia politica di questo paese resti nell'ombra è inconcepibile, o dovrebbe esserlo. Il programma di Zavoli era necessario, via Montalcini non poteva restare un buco nero. Ma proprio per questo c'è da augurarsi che di trasmissioni simili non ci sia più bisogno, che la prossima volta a fare i conti con l'ombra di Moro ci sia il fronte della fermezza, disposto a spiegare i non sempre limpidi perché delle sue scelte con la stessa disponibilità chiesta alle Br (il Manifesto 12 febbraio 1998).
L'enigma Moro vent'anni dopo
di LUCA VILLORESI
C'era una volta la prima Repubblica? Sergio Zavoli, l'altra sera, in tv, ha ufficialmente aperto le celebrazioni dell'anniversario del rapimento Moro con una serie di interviste agli autori del sequestro. Non voglio entrare in quel che è stato detto. E in quello che si dirà. Ma l'ondata di ricostruzioni e considerazioni che sta per abbattersi sulla memoria collettiva degli anni di piombo, anni di cui sono stato cronista, mi provoca una strana reazione.
Non ricordo. Più ci penso. E meno ricordo. Accade, a volte, anche ai testimoni più recidivi. Uno sciopero della memoria, l' ultimo atto di ribellione dei circuiti cerebrali che si arrendono all'evidenza dei ventennali: certi misteri vanno commemorati, non esplicitati. I ricordi individuali, con un esplicito atto di rimozione, si inchinano così ai dettami di una versione del passato forgiata dagli interessi del presente. Fortuna, tuttavia, che quel che è scritto è scritto. Che io ricordi o non ricordi nulla cambia.
[...] Che altro dovrebbe fare l'intelletto messo di fronte all'assurdità di tante contraddizioni? Proclamare l'oblio, che altro? Come connettere, altrimenti, il fatto che il primo di giugno del 1980 "La Repubblica" potesse scoprire e indicare, con tanto d'indirizzo, il carcere del popolo che da due anni tutti cercavano ("La prigione di Moro era in via Montalcini?"), con il fatto, altrettanto incontestabile, che gli investigatori, per scoprire quella casa, impiegheranno un altro paio d'anni di infaticabili ricerche?
Eccolo il vero, imbarazzante mistero. L'unico motivo per cui oggi vale ancora la pena di rammentare questa storia. L'enigma del prima: perché, si denunciava in quell'articolo del 1980, la prigione di Moro era nota agli investigatori fin dal 1978. E, ancor più impressionante, l'enigma del dopo: perché, alla faccia delle rivelazioni di "Repubblica", polizia, carabinieri e magistratura si guarderanno bene dallo scoprire quell'appartamento per un altro paio d'anni, fino al 1982. Per poi procrastinare ancora, da inchiesta a inchiesta, di assise in assise, la presa d'atto di tutto ciò che era stato già dettagliatamente denunciato; su un giornale, mica in una lettera anonima.
Come spiegarsi che i terroristi, individuati e pedinati, siano stati lasciati liberi di continuare ad agire? Che dire se, prima di arrivare a indicare in Germano Maccari il quarto carceriere del sequestro, dovrà passare più di un decennio dalla pubblicazione dei pezzi che contestavano l' identificazione, evidentemente falsa, che calava Prospero Gallinari nei panni dell'ingegner Altobelli? Che pensare degli investigatori che nel corso di un sopralluogo nell'appartamento di via Montalcini non notano nulla di strano, mentre sul pavimento ci sono, belle evidenti, le tracce del muro che occultava la cella di Moro? O che immaginare quando un magistrato approdato in Senato, denunciato pubblicamente quale mentitore continua a tirare avanti senza che nulla accada? No, davver o non c'è più niente da capire. Tanto vale non pensarci più.
Bisogna ammetterlo, chiunque essi siano. Hanno vinto loro [...]
Mettiamoci un pietra sopra. Quel che è Stato è Stato. Anche se almeno una certezza non può essere cancellata. Perché se da una parte sembra scontato che i misteri di via Montalcini resteranno oscuri, dall'altra proprio da quella vicenda possiamo trarre una consapevolezza essenziale: non sappiamo cosa, ma, attorno a quel "carcere del popolo", qualcosa ha mosso interessi che vanno al di là delle Brigate rosse. Una vergogna che molta gente - non qualche singolo spione deviato, ma un intero apparato - ha voluto tenere sepolta (la Rep. 13-02-98).
La storia incompuita
Non tutti morti sono uguali. Anche nei paesi dell'Europa di Nord tutti sanno come è finito lo statista Aldo Moro. Ma chi si ricorda di Fausto e Iaio, i due giovani di sinistra, ammazzati da fascisti due giorni dopo il sequestro Moro?! Almeno le centinaia di migliaia di persone che sono stati ai loro funerali...(proseguimento segue!).
[il Welschen Web: tranne che escono qualche pseudo memorie di qualche brigatista sarà pubblicata "Covergenze parallele" (Ed. Kaos) dell'infaticabile Sergio Flamigni. Motto: "Mi sono convinto che i misteri insoluti siano da ricercare più nei Palazzi che non tra le Brigare Rosse".]
UNA TRAGEDIA ITALIANA
INTERVISTA/ Il 16 marzo 1978 Giovanni Moro aveva vent'anni:
i ricordi ancora lo turbano, ma nell'accusa contro Br e Dc è durissimo
di SILVANA MAZZOCCHI
[...] Dalla strage sono ormai trascorsi due decenni e sono arrivati i giorni delle memorie e dei bilanci. Giovanni Moro accusa: "Non c'è ancora verità, né quella storica, né quella giudiziaria, e tantomeno quella politica. Moro non fu colpito perché era un simbolo, come si disse, ma per fare un'operazione chirurgica sulla politica italiana, per fermare il suo progetto. Anche i brigatisti non hanno detto la verità: perché non hanno reso pubblico tutto ciò che ha raccontato mio padre? E perché lo uccisero proprio quando nella Dc si era aperto uno spiraglio? E, infine, perché lo Stato non fece nulla per salvarlo?... Andreotti era il capo del governo, il responsabile politico... E Cossiga? In qualsiasi paese, un ministro dell' Interno a cui fosse capitata una disgrazia del genere, sarebbe finito a coltivare rose... lui invece divenne due volte presidente del Consiglio e una volta capo dello Stato".
[...] Mi sono spesso chiesto il perché non sono mai stati ritrovati gli elenchi completi del piano Solo, dello scandalo Sifar del '64. E mi rispondo che, probabilmente, la ragione è che non c'erano solo i comunisti, i sindacalisti e i socialisti, ma perchè era pieno di democristiani amici di Moro che dovevano essere presi. Lui aveva intuito che la guerra fredda era destinata a diventare marginale, era stato per anni ministro degli Esteri... Dall'interpretazione di quello che accade nel 68 da noi e nel mondo, lui capisce che le società civili tendenzialmente diventano autonome dai poteri pol itici...
[...] "Certamente nella prigione br, Moro non dice tutto quello che sa. Dice quello che gli interessa dire. E porta avanti anche una riflessione politica. Ma di Gladio parla per la prima volta e racconta molte altre cose. Perché non sono state rese pubbliche?
[...] Poi c'è una verità politica. Che riguarda il comportamento dei partiti. In particolare della Dc e del Pci, d'accordo nella decisione di darlo morto fin dal primo giorno. Ed è la questione principale, ancora tutta aperta. Se non si riconosce questo, se non si riflette su questo, non arriveremo mai veramente alla seconda Repubblica. Non c'è stata alcuna autocritica all'interno della Dc sui comportamenti di allora, né c'è stata riflessione all' interno del mondo che all'epoca era il Pci. Ormai i comunisti chiedono scusa di tutto, perfino di aver sternutito nel 1921, ma di questo... non se ne parla. Non hanno ceduto neanche di un millimetro".
[...] "In questi giorni ho rifiutato di partecipare ad una trasmissione televisiva su mio padre, insieme con Cossiga, Andreotti e altri. Io non accetto un piano di parità con i responsabili politici del caso Moro. O con i responsabili delle forze di polizia. Piuttosto sarebbe necessario sottolineare la disparità. Si deve ricordare che qualcuno è morto e qualcun altro no. Che qualcuno ci ha rimesso, mentre qualcun altro ha costruito carriere. Per amore della memoria".
[...] (la Repubblica 14 marzo 1998